Il vero AI divide tra chi costruisce e chi usa l’IA

L’Intelligenza Artificiale più avanzata viene sviluppata soprattutto negli Stati Uniti e in Cina. Eppure i Paesi che la utilizzano di più sono altri.

Secondo le stime di Microsoft relative al primo trimestre del 2026, il 17,8% della popolazione mondiale in età lavorativa utilizza strumenti di Intelligenza Artificiale per almeno 90 minuti al mese.

Negli Emirati Arabi Uniti la percentuale supera il 70%. A Singapore arriva al 63%.

Gli Stati Uniti, dove hanno sede OpenAI, Anthropic, Google, Meta e gran parte dell’ecosistema che sta costruendo questa tecnologia, si fermano al 31,3%.

Fuori dalla top 20 mondiale.

È un dato interessante perché separa due cose che tendiamo a mettere insieme. Costruire l’Intelligenza Artificiale. Usare l’Intelligenza Artificiale. Avere i modelli migliori non significa automaticamente riuscire a diffonderli nel tessuto economico di un Paese.

E forse, nei prossimi anni, la seconda capacità potrebbe diventare importante quasi quanto la prima.

Gli Emirati Arabi Uniti e Singapore sono due casi particolari. Paesi relativamente piccoli, molto digitalizzati, con infrastrutture solide e la possibilità di coordinare rapidamente investimenti, formazione, pubblica amministrazione e imprese.

Gli Stati Uniti devono invece portare questa tecnologia dentro una popolazione enorme, territori molto diversi e settori economici che hanno livelli di digitalizzazione altrettanto diversi.

Anche l’Europa, però, riserva qualche sorpresa. Norvegia, Irlanda, Francia, Spagna e Paesi Bassi superano il 40% di adozione. Un dato che racconta un continente probabilmente molto più ricettivo verso l’Intelligenza Artificiale di quanto la narrazione sulla vecchia Europa tecnofobica lasci immaginare.

Il problema europeo, quindi, potrebbe essere altrove. Siamo bravi a usare una tecnologia che viene costruita prevalentemente da altri. E questo nel lungo periodo potrebbe diventare un limite.

Negli ultimi anni il dibattito europeo sull’IA si è concentrato moltissimo sulla regolamentazione. Comprensibilmente. L’AI Act serve a definire regole, rischi e responsabilità nell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale. Dal 2 agosto 2026 gran parte del regolamento è diventata applicabile, pur con alcune eccezioni. Parallelamente la Commissione sta cercando di sostenere sviluppo e adozione attraverso iniziative come AI Factories e AI Continent Action Plan.

Regolare una tecnologia senza creare le condizioni perché imprese, lavoratori, scuole e pubbliche amministrazioni imparino a utilizzarla rischia di produrre una strana situazione.

Diventiamo bravissimi a stabilire come utilizzare prodotti costruiti altrove. Mentre il valore economico maggiore viene catturato da chi quei prodotti li sviluppa.

Il rischio di rallentare l’adozione e l’innovazione europea attraverso un eccesso di complessità è un tema che esiste già. La regolamentazione può essere necessaria, però da sola difficilmente costruirà un ecosistema tecnologico competitivo.

Serve anche ricerca. Servono startup. Serve capitale. Servono infrastrutture. Servono modelli europei. E soprattutto servono milioni di persone capaci di usare bene quelli che già esistono.

Perché l’altro dato interessante arriva dall’Asia. Tra la prima metà del 2025 e il primo trimestre del 2026 l’adozione dell’IA è cresciuta del 43,2% in Corea del Sud, del 36,2% in Thailandia, del 34,1% in Giappone e del 32,2% in Mongolia.

Negli Stati Uniti la crescita è stata del 19%. Dieci dei quindici mercati che crescono più velocemente sono asiatici. Una delle possibili ragioni è molto pratica. I modelli sono diventati più bravi nelle lingue diverse dall’inglese. Finché ChatGPT funzionava molto meglio in inglese che in coreano, giapponese o thailandese, il suo valore era distribuito in maniera diseguale.

Quando la qualità linguistica migliora, improvvisamente centinaia di milioni di persone possono iniziare a usare la stessa tecnologia nel proprio lavoro quotidiano.

Ed è qui che potrebbe nascere il vero AI divide. Internet ci ha insegnato che una tecnologia general purpose produce valore soprattutto quando smette di essere una tecnologia per specialisti e diventa infrastruttura quotidiana. L’elettricità ha cambiato l’economia quando è entrata nelle fabbriche.

Internet quando è entrato negli uffici, nelle case e negli smartphone. L’Intelligenza Artificiale probabilmente seguirà una dinamica simile.

Il valore economico arriverà quando milioni di commercialisti, insegnanti, imprenditori, medici, consulenti, dipendenti pubblici, artigiani e manager cambieranno concretamente il modo in cui lavorano. Da questo punto di vista, sapere quale Paese abbia il modello con qualche punto percentuale in più su un benchmark potrebbe essere meno importante di sapere dove le persone hanno imparato a integrarlo davvero nelle proprie attività.

Un’adozione di massa richiede una formazione di massa. E i dati sull’adozione mondiale mostrano anche l’altra faccia della stessa idea. Una tecnologia che nessuno sa usare produce molto meno valore di quanto promette.

Per questo il divario più importante del prossimo decennio potrebbe essere diverso da quello che immaginiamo.

AI producers e AI users. Paesi capaci di costruire Intelligenza Artificiale. Paesi capaci di usarla. I primi avranno un enorme vantaggio industriale. I secondi potranno avere un enorme vantaggio di produttività. Naturalmente sarebbe meglio essere entrambe le cose. Ed è forse questa la sfida più interessante per l’Europa.

I dati suggeriscono che gli europei vogliono usare l’Intelligenza Artificiale. Ora dobbiamo assicurarci di non diventare soltanto degli ottimi clienti delle Intelligenze Artificiali costruite dagli altri.