Le tre grandi piattaforme di intelligenza artificiale stanno lanciando, una dopo l’altra, servizi dedicati alla salute. L’ultima è Microsoft, che ha appena annunciato Copilot Health: uno spazio separato all’interno di Copilot dove l’IA analizza i tuoi dati sanitari e ti restituisce insight personalizzati.
In Italia non sono ancora disponibili. Ma nel resto del mondo, una delle applicazioni più diffuse dell’IA è già questa: la salute.
Il funzionamento è simile per tutti.
Colleghi i nostri dati: cartelle cliniche, risultati di laboratorio, storia medica. Poi colleghiamo i nostri dispositivi: anelli come Oura, smartwatch come Apple Watch o Fitbit, che monitorano ogni giorno battito cardiaco, qualità del sonno, livelli di attività, variabilità cardiaca, temperatura corporea, ossigenazione del sangue.
Copilot Health si collega a oltre 50 dispositivi indossabili e a più di 50.000 strutture sanitarie americane. Ogni giorno, ogni ora, raccoglie dati. E l’IA li analizza, trova pattern, collega i punti.
Tantissimi dati, raccolti continuamente, analizzati da una tecnologia potentissima.
La promessa è straordinaria.
Secondo Copilot Health, l’IA non sostituisce il nostro medico ma fa in modo che ogni minuto che passiamo con lui conti di più. Arriviamo preparati, con le domande giuste, il contesto giusto, una comprensione migliore del nostro corpo.
Se funziona come promette, è una rivoluzione. Un’assistenza sanitaria personalizzata, continua, accessibile a chiunque abbia un abbonamento e un dispositivo. Non più il privilegio di chi può permettersi un medico privato o un check-up completo ogni anno.
Ovviamente c’è il tema privacy: un’IA che conosce il nostro battito cardiaco, i nostri cicli di sonno, i nostri livelli ormonali, la nostra storia clinica completa, i farmaci che assumiamo, le nostre abitudini quotidiane – sa di noi più di quanto sappia chiunque altro al mondo. Più del nostro medico. Più del nostro partner. Più di noi stessi.
E qui le domande si moltiplicano.
Chi possiede davvero quei dati? Cosa succede quando un’azienda tecnologica ha accesso alla cosa più intima che esista – il nostro corpo? Cosa succede quando l’IA sbaglia un’interpretazione e qualcuno prende una decisione medica basata su quell’errore? Cosa succede quando l’ipocondriaco ha a disposizione un sistema che analizza ogni suo battito 24 ore su 24?
E soprattutto: cosa succede quando ci fidiamo più dell’IA che del medico?
Siamo davanti a un bivio che conosciamo bene.
La stessa tecnologia che può democratizzare l’accesso alla salute può anche creare nuove dipendenze. La stessa IA che può salvare vite può anche alimentare ansie. Lo stesso strumento che ci rende più consapevoli del nostro corpo può anche farci ossessionare da ogni dato, ogni variazione, ogni anomalia statistica.
Dove ci porterà? A un futuro di prevenzione personalizzata accessibile a tutti? A un mondo in cui le malattie si intercettano prima che si manifestino? Oppure a una società di ipocondriaci digitali, monitorati in ogni istante, incapaci di vivere senza che un algoritmo ci dica come stiamo?
Probabilmente a entrambe le cose. Come sempre con la tecnologia, la differenza la farà il modo in cui la usiamo.
Ma una cosa è certa: l’IA sta entrando nel luogo più intimo che esista. Il nostro corpo. E questa volta, forse, vale la pena fermarsi un momento a pensare prima di premere “connetti”.