Dal Brain Rot dei social al Brain Fry dell’IA

Ci eravamo appena abituati al Brain Rot – il deterioramento cognitivo da scrolling compulsivo sui social media – e ora abbiamo un problema nuovo. Si chiama AI Brain Fry ed indica l’affaticamento mentale causato dall’uso eccessivo e dalla supervisione intensiva dell’IA.

Secondo uno studio della Boston Consulting Group, chi sperimenta l’AI Brain Fry lo descrive come una nebbia mentale, un ronzio nella testa, difficoltà a concentrarsi, decisioni più lente, mal di testa.

Non stanchezza fisica. Stanchezza cognitiva. Come avere decine di schede del browser aperte nella mente, tutte che competono per l’attenzione.

Un engineering manager intervistato nello studio lo riassume così: «A un certo punto mi sono reso conto che stavo lavorando più duramente per gestire gli strumenti che per risolvere il problema.»

Il 14% dei lavoratori che usano l’IA dichiara di averlo sperimentato. Tra chi lavora nel marketing sale al 26%. Nelle risorse umane al 19%. Nell’engineering al 18%.

La causa non è la quantità di IA che usiamo ma come la usiamo.

Il fattore più critico è la supervisione: quanto l’IA richiede il nostro monitoraggio diretto. Chi opera con alti livelli di supervisione dell’IA spende il 14% di sforzo mentale in più, accumula il 12% di fatica mentale in più e percepisce il 19% di sovraccarico informativo in più.

Poi c’è il multitasking. Secondo la ricerca, la produttività percepita cresce passando da uno a due strumenti IA usati contemporaneamente, cresce ancora con tre, ma dopo il terzo crolla. Tre strumenti IA in parallelo è il limite. Oltre, la produttività scende e la fatica sale.

Chi sperimenta il Brain Fry ha il 33% in più di decision fatigue. Commette l’11% in più di errori minori e il 39% in più di errori gravi.

E come se non bastasse, l’intenzione di lasciare l’azienda sale dal 25% al 34%. Un aumento del 39% nella perdita potenziale dei talenti migliori – perché spesso chi usa l’IA più intensamente è chi è più produttivo e più difficile da sostituire.

C’è però un altro lato della medaglia: quando l’IA viene usata per eliminare compiti ripetitivi e noiosi, i punteggi di burnout calano del 15%. I lavoratori si sentono più motivati, più coinvolti, più connessi con i colleghi. Hanno più tempo per attività creative e relazionali.

In altre parole: l’IA che sostituisce il lavoro tedioso ci fa stare meglio. L’IA che richiede supervisione costante ci “frigge” il cervello.