Fanculo le feste

Fanculo le feste

Una frase trovata su un muro in Via Tortona, epicentro delle feste milanesi e di tutte quelle week che intasano le vie della città. Ed ecco allora che questa frase suona come una piccola rivolta contro l’imperativo contemporaneo della felicità visibile. Perché oggi la festa non è quasi mai solo festa: è presenza, networking, foto, stories, performance del sé. Bisogna esserci, sembrare leggeri, mostrarsi desiderabili, consumare l’allegria come un dovere sociale.

Qui tornerebbe utile Byung-Chul Han, quando descrive la nostra come una società della prestazione: non siamo più soltanto costretti da divieti esterni, ma ci obblighiamo da soli a essere attivi, comunicativi, interessanti, sempre disponibili. Anche il divertimento diventa produttivo. Anche la notte libera finisce per assomigliare a un turno di lavoro dell’identità.

Ma “Fanculo le feste” potrebbe piacere anche a Pascal, che nei Pensieri chiamava “divertissement” quel continuo distrarsi con cui gli esseri umani evitano di stare davanti a sé stessi. La festa, allora, non è il problema in quanto tale. Il problema nasce quando diventa anestesia, rumore necessario, fuga organizzata dal silenzio.