Impariamo davvero dagli errori della Storia?

Fotografia storica in bianco e nero delle rovine di Varsavia dopo la distruzione del 1944

La Storia è da anni una delle mie principali passioni. E più mi occupo di una tecnologia così orientata al futuro come l’Intelligenza Artificiale Generativa, e più sento il bisogno di compensare questa frenetica, meravigliosa e, al contempo, terrificante vertigine di futuro, con storie, vite e avvenimenti del passato.

La Storia mi permette di avere una dimensione più equilibrata del tempo. Mi aiuta a costruire la consapevolezza (forse illusoria) che, per quanto possiamo andare veloci, poggiamo comunque su esperienze e competenze millenarie che – spero – ci permetteranno di non ripetere errori di cui oggi, come esseri umani, proviamo vergogna.

Che trionfo della speranza sull’esperienza! Dirai tu. E lo capisco. Più conosco il passato e più maturo la consapevolezza che, in fin dei conti, noi esseri umani non siamo poi così bravi a imparare dai nostri errori.

Pensiamo alla distruzione di Varsavia nel 1944 da parte dei Nazisti. Una distruzione sistematica, chirurgica, crudele e insensata, volta all’annientamento di un intero popolo, i polacchi, della loro storia e della loro cultura.

Un atto criminale che oggi ci fa rabbrividire. Come è possibile che noi esseri umani siamo stati capaci di un tale abominio? Come è possibile che non siamo riusciti a fermare la follia distruttrice nazista?

Ma questo era il passato, giusto? Oggi siamo nel 2025, non nel 1944. È tutto diverso. Oggi siamo più informati, siamo più “progrediti”, siamo più “civilizzati”. Non potrebbe mai accadere che un popolo distrugga sistematicamente un altro popolo senza che nessuno lo fermi.

E invece è esattamente quello che sta succedendo con il popolo palestinese da parte del popolo israeliano.

Stesse logiche, stessi mezzi, stessa crudeltà che dopo 81 anni si ripete, perché noi, esseri umani progrediti e informati, stiamo lasciando che si ripeta, mentre al contempo inorridiamo – giustamente – di fronte ad eventi come la distruzione di Varsavia del 1944.

È qualcosa che razionalmente non ha senso. C’è un che di inetto in tutto questo: critichiamo chi è venuto prima di noi, ma ci comportiamo allo stesso modo, così che chi verrà dopo di noi potrà criticarci. Ogni generazione si erge a giudice di quella precedente, convinta di aver finalmente trovato la strada giusta, ignara che sta già preparando le fondamenta per il tribunale del futuro.

La stessa impressione l’ho avuta quando questa settimana ho letto del suicidio di un adolescente americano che ha usato l’Intelligenza Artificiale per pianificare la sua drammatica fine, ed è andato avanti a chattare con la macchina fino al suo ultimo istante di vita.

«ChatGPT era il migliore amico di mio figlio.» Ha raccontato il padre.

«Volevano lanciare il prodotto sul mercato e sapevano che ci sarebbero potuti essere dei danni, che si sarebbero potuti verificare degli errori, ma ritenevano che la posta in gioco fosse bassa. Quindi mio figlio è una posta in gioco bassa.» Ha detto la madre.

Una frase che mi ha ricordato una tragedia simile, avvenuta un anno fa. Il suicidio di un altro adolescente americano, Sewell Setzer, che aveva sviluppato una relazione emotiva con un chatbot di Character.AI che lo aveva poi “accompagnato” verso la stessa tragica decisione, portando la madre a dire: «Ho l’impressione che sia come un grande esperimento e mio figlio è stato solo un danno collaterale».

Con l’Intelligenza Artificiale stiamo commettendo lo stesso errore che abbiamo commesso con i Social Media: un’adozione di massa, senza una formazione di massa.

Stiamo dando accesso a milioni di adolescenti una tecnologia senza renderli consapevoli di come, quando e, soprattutto, perché usarla. Proprio come dieci anni fa abbiamo fatto con i Social Media.

Anche qui la Storia si ripete con la stessa inettitudine: da una parte escono libri, articoli e post che criticano quanto è stato fatto con i Social Media e gli adolescenti, ma nel frattempo sta accadendo la stessa cosa con l’Intelligenza Artificiale Generativa.

E la colpa non è della tecnologia, ma di chi la utilizza, o meglio, di chi la fa utilizzare.

In questo caso dei genitori che danno ai propri figli gli smartphone a dieci anni con tanto di accesso a Social Media come TikTok e Instagram. «Perché lo hanno tutti, se mio figlio non ha lo smartphone poi si sente isolato» Così sento dire spesso.

Una frase comoda ma che racchiude in sé il germe dell’irresponsabilità.

Il fatto che qualcosa sia giustificabile, non vuol dire che sia giusto. Il solo fatto che tutti facciano qualcosa di sbagliato non ci autorizza a farlo. Dare accesso ai bambini allo smartphone, ai Social Media e all’Intelligenza Artificiale Generativa è sbagliato. Punto. Non va fatto. Un bambino di dieci anni non è pronto per tecnologie così potenti e potenzialmente dannose.

Prima dobbiamo formare adolescenti e bambini a un utilizzo consapevole delle macchine. Dovrebbe essere una priorità tanto dei genitori quanto della scuola. Un’istruzione fondata su:

Senso critico verso la tecnologia: Capire cosa sono e come funzionano gli algoritmi;

Fatica del confronto reale: Abituarsi a chi la pensa diversamente;

Autostima: Resistere a comparare continuamente la propria vita reale con quella artificiale dei Social e dell’IA;

Relazioni fisiche e reali: Dare priorità ai rapporti reali rispetto ai digitali;

Distinzione realtà/finzione: Essere in grado di distinguere il reale dall’artificiale e il vero dal verosimile;

Gestione del confronto digitale: Essere capaci di gestire l’ansia e la frustrazione.

Secondo Engels, la storia procede spesso a salti e a zigzag, un po’ andiamo avanti, progrediamo, innoviamo, cresciamo, altre volte torniamo indietro. Non impariamo dai nostri errori, li ripetiamo, guidati dal passato e non dal futuro. Abbiamo sempre fatto così e così faremo sempre.

Ma il futuro non è necessariamente una linea retta. Non è necessariamente la continuazione del passato. Possiamo ambire a un’idea molto diversa di futuro.

Un po’ come le due parole francesi futur e avenir. Futur significa futuro in senso oggettivo, come un prolungamento cronologico del presente, ovvero qualcosa che accadrà indipendentemente dalla nostra volontà. Avenir invece, significa futuro in senso soggettivo, come una discontinuità con il presente, ovvero qualcosa che potrebbe avvenire grazie alla nostra volontà di farlo avvenire.

Io sono per questa seconda idea di futuro.