Non so cosa scrivere

Non so cosa scrivere

«Non so cosa scrivere» è forse l’unica frase autentica che resta quando tutte le altre si svuotano. Come nella Tractatus, dove Wittgenstein ammoniva: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere», anche qui sembra che il linguaggio inciampi nei suoi limiti. Ma questo inciampo non è fallimento: è rivelazione. Non sapere cosa scrivere è già scrivere qualcosa che sta oltre il dicibile, come nei Frammenti di un discorso amoroso di Barthes, dove l’amato tace e il silenzio diventa pieno. La frase allora diventa un gesto d’onestà: dire che non si sa dire è già un dire radicale, nudo, vivo.

«Non so cosa scrivere» potrebbe anche essere il monologo interiore di uno dei personaggi di Beckett, sospesi tra l’esistere e l’aspettare. Sartre direbbe che questo non sapere è già una scelta: il soggetto, gettato nel mondo, è condannato a essere libero, anche nel blocco, anche nell’inerzia. In questa frase c’è tutto il peso dell’esistenza: l’angoscia della possibilità infinita, che ci paralizza. Ma forse, proprio in quel non scrivere, si afferma un’esistenza che resiste al senso imposto, che si trattiene, che fa silenzio come forma di ribellione.