Sempre più soli, dentro un mondo su misura

Negli Stati Uniti, la quota di adulti che invita amici o familiari a casa almeno dodici volte l’anno è passata dal 42% del 1975 al 12% del 2026. Un calo di circa il 71%, secondo la ricostruzione di Derek Thompson . Il confronto mette insieme indagini condotte con metodi diversi , quindi va letto come indicazione di una tendenza, che a partire dal Covid però sembra essere sempre più diffusa.

Analizzando l’American Time Use Survey, il sociologo Patrick Sharkey ha calcolato che nel 2022 gli adulti americani trascorrevano in casa un’ora e 39 minuti al giorno in più rispetto al 2003. Dopo il picco del 2020 c’è stato un parziale rientro, senza tornare alle abitudini precedenti. Nello stesso studio, ogni ora aggiuntiva in casa risulta associata, in media, a 21 minuti in più da soli e cinque in meno con gli amici. In pratica, più tempo tra le mura domestiche e meno occasioni di incontrarsi .

Sono dati americani, ma la comodità che descrivono ci è familiare. Possiamo lavorare, ordinare la cena, vedere un film e fare acquisti senza uscire. Organizzare una serata richiede invece di incastrare gli orari, preparare qualcosa, accettare che qualcuno arrivi tardi o abbia voglia di parlare proprio dell’argomento che avremmo preferito evitare.

Con l’Intelligenza Artificiale possiamo delegare anche una parte della compagnia. Un interlocutore sempre disponibile, capace di adattarsi al nostro linguaggio e ai nostri interessi, può offrire conforto. Quando però queste conversazioni prendono il posto delle relazioni umane, rischiamo di abituarci a un rapporto nel quale siamo sempre noi a stabilire tempi, argomenti e condizioni.

Il passaggio a una realtà fatta su misura può avvenire attraverso tante piccole scelte comode. Un contenuto suggerito, un acquisto coerente con i precedenti, una risposta che conferma la nostra lettura delle cose. Se diminuiscono gli incontri con persone che hanno desideri e convinzioni propri, diminuiscono anche le occasioni in cui dobbiamo fare i conti con qualcosa che non ci corrisponde.

Prendendo in prestito un’immagine dalla filosofia, rischiamo di costruirci un piccolo universo parmenideo, immutabile e sempre uguale a sé stesso. Un ambiente che diventa sterile perché ogni novità viene selezionata sulla base di ciò che siamo già. I contenuti scorrono, i like arrivano, le raccomandazioni si aggiornano, mentre le nostre convinzioni restano ferme, accompagnate da quella che potremmo chiamare «dopamina algoritmica», una sequenza di piccole gratificazioni cui diventa difficile rinunciare.

Preferirei abitare il mondo del divenire di Eraclito, dove l’incontro e il contrasto possono generare qualcosa che prima non c’era. Questo richiede la fatica, scomoda e quotidiana, di mettere in discussione le nostre idee e di restituire un punto di domanda a ciò che da troppo tempo consideriamo ovvio.

L’isolamento ha anche una dimensione politica. Una vita sempre più mediata da poche piattaforme può renderci più dipendenti da chi le controlla e meno capaci di organizzarci con gli altri.

Il dibattito sull’estinzione causata dall’IA rischia di lasciare in secondo piano una distopia più vicina, fatta di politiche regressive, disinformazione, infrastrutture vulnerabili agli attacchi e potere economico concentrato nelle mani di pochi miliardari.

Garrett Bucks , riprendendo una riflessione di Tressie McMillan Cottom sull’intreccio tra tecnologia e potere, intitola un suo post The opposite of the apocalypse is a neighborhood. L’opposto dell’apocalisse è un quartiere.

Bucks parla del bisogno di essere meno soli, meno vulnerabili ai capricci dei miliardari e circondati da persone che possano aiutarci quando arriviamo al limite delle nostre energie. Persone con cui condividere un luogo, assumersi impegni e affrontare problemi comuni. Anche quando votano diversamente da noi, hanno gusti che non capiamo o ci fanno notare che abbiamo torto.