Il futuro dell’advertising, o meglio dell’AI-dvertising

Per raccontare come funziona la pubblicità dentro ChatGPT, 404 Media ha acquistato sulla piattaforma due annunci sui rischi per la privacy delle conversazioni, rivolti a persone interessate proprio al rapporto tra privacy e Intelligenza Artificiale.

L’ indagine di Joseph Cox mostra come gli inserzionisti possano raggiungere gli utenti attraverso il contenuto delle conversazioni e attraverso informazioni che già possiedono su di loro.

Da una parte possono indicare argomenti e parole chiave che aiutano il sistema ad abbinare gli annunci alle richieste. Dall’altra possono caricare liste di indirizzi email, numeri di telefono o identificativi pubblicitari Android, che OpenAI confronta con i propri utenti.

È una pratica già diffusa nella pubblicità digitale. La documentazione di OpenAI prevede almeno 25.000 utenti abbinati per utilizzare queste liste come destinatari di una campagna. Gli inserzionisti non possono vedere quali singole persone siano state riconosciute.

Anche disattivare la personalizzazione ha un significato preciso. Secondo le indicazioni di OpenAI , gli annunci possono continuare a essere selezionati in base alla conversazione in corso. Le chat non vengono consegnate agli inserzionisti, ma il loro contenuto può contribuire a determinare quale messaggio commerciale vediamo.

La pubblicità sta quindi entrando in uno spazio nel quale raccontiamo obiettivi, preferenze, dubbi e vincoli con una precisione che difficilmente affidiamo a una ricerca su Google. Possiamo spiegare perché vogliamo cambiare computer, quanto possiamo spendere, che cosa ci ha deluso del precedente e quali alternative stiamo considerando.

Oggi OpenAI dichiara gli annunci separati dalle risposte ed etichettati come sponsorizzati.

Sarebbe scorretto descrivere ogni consiglio di ChatGPT come pubblicità nascosta. La direzione, però, mostra come un messaggio commerciale inserito accanto a una risposta costruita sulle nostre esigenze può essere percepito come una prosecuzione dell’aiuto ricevuto.

La distinzione grafica può rimanere visibile, mentre quella nella nostra esperienza diventa più sottile. Ci troviamo nella stessa conversazione, davanti a una proposta pertinente, dopo aver affidato al sistema il compito di aiutarci a scegliere.

Questo passaggio conta anche per il futuro degli agenti che fanno shopping per noi. Come racconta a16z , i consumatori sembrano disponibili a farsi aiutare nella ricerca dei prodotti e dei prezzi migliori, mentre sono più cauti nel delegare l’acquisto.

Nei dati citati, circa un quarto degli intervistati si dichiara a proprio agio nell’affidare all’IA acquisti in diverse categorie di beni. Il 42% afferma invece che non si fiderebbe dell’IA per comprare al proprio posto.

Le analisi di navigazione di Similarweb, ferme a giugno e quindi da leggere come una fotografia parziale, suggeriscono un comportamento coerente. L’IA interviene soprattutto nella fase intermedia, quando approfondiamo prodotti già scoperti, confrontiamo caratteristiche e cerchiamo di capire quale opzione faccia per noi.

È una fase decisiva per chi vende. Possiamo mantenere il controllo del pagamento e aver già affidato al chatbot una parte importante della formazione delle nostre preferenze.

Diventa anche più difficile ricostruire che cosa abbia determinato l’acquisto. Se un consiglio ricevuto oggi in chat ci porta a comprare domani su un altro sito, il percorso commerciale attraversa sessioni e piattaforme diverse.

L’advertising potenziato dall’AI si sviluppa dentro questa distanza tra il momento in cui maturiamo una scelta e quello in cui la eseguiamo. Quanto più un assistente diventa utile e personale, tanto più valore acquista la fiducia che gli concediamo. Rendere riconoscibile l’interesse economico dietro una proposta sarà essenziale proprio quando quella proposta ci sembrerà il consiglio più adatto a noi.