Puntiamo il dito contro l’IA o contro noi stessi?

Un uomo davanti a uno specchio nel quale si riflette un robot umanoide

Sebbene ci sia un po’ di ipocrisia, l’atteggiamento che stiamo sviluppando verso l’IA mi dà speranza.

Per secoli come esseri umani abbiamo creato una società razzista e sessista, eppure adesso quando chiediamo a un’IA di generare la fotografia di un medico e la macchina ci propone il ritratto di un uomo bianco la accusiamo di avere bias di genere e di razza.

Per decenni abbiamo condiviso fotografie, testi, pensieri, dati e momenti della nostra vita sui social media senza mai preoccuparci tanto della privacy, eppure adesso appena arriva un nuovo strumento di IA la nostra prima preoccupazione è dove finiscono i nostri dati.

Per mezzo secolo abbiamo consumato e vissuto senza pensare all’impatto ambientale delle nostre abitudini, reali e digitali, eppure adesso appena si parla di IA c’è sempre qualcuno che sottolinea l’impatto che questa tecnologia ha sull’ambiente.

Per tre decenni su Internet prima e sui social media poi abbiamo creato, diffuso, condiviso e assimilato testi, immagini, pubblicità e video con un livello di creatività sempre più media e omologata, eppure adesso quando ChatGPT genera testi banali storciamo subito il naso.

È come se noi esseri umani, messi di fronte a una tecnologia che nasce emulandoci, imparando dai nostri pensieri e dalle nostre azioni, ci fossimo finalmente resi conto della società che abbiamo creato nel corso della nostra storia.

Prima di puntare il dito contro l’IA però, forse dovremmo farlo verso noi stessi.

Anche perché l’IA ci mette poco a cambiare. Sono bastati pochi anni e già oggi è una tecnologia con meno bias, più attenta alla privacy, più efficiente e molto più creativa.

Noi esseri umani invece quanto ci metteremo a cambiare?