La morte dell’autore ai tempi dell’IA

Nel 1967, sulla rivista americana Aspen, viene pubblicato The Death of the Author del critico letterario e teorico francese Roland Barthes. La versione francese uscirà l’anno successivo e diventerà uno dei saggi più influenti del Novecento sul rapporto tra chi scrive, ciò che viene scritto e chi legge.

La “morte” di cui parla Barthes, ovviamente, non riguarda la persona fisica dell’autore, ma la sua autorità sul significato dell’opera.

Spesso infatti leggiamo un testo cercando dietro le parole la persona che lo ha scritto. La sua biografia, le sue intenzioni, i suoi gusti, le sue esperienze. Capire l’autore significa in qualche modo capire l’opera.

Barthes mette in discussione proprio questa idea.

Un testo può produrre significati che il suo stesso autore non aveva previsto. Può cambiare a seconda di chi lo legge, del momento storico, della cultura e delle connessioni che ogni lettore porta con sé.

Attribuire al testo un significato definitivo sulla base delle intenzioni dell’autore significa quindi limitarlo. Per Barthes, l’unità del testo si trova nella sua destinazione, il lettore, più che nella sua origine.

C’è poi un ulteriore concetto che oggi suona particolarmente familiare.

Barthes descrive il testo come un «tessuto di citazioni» provenienti da innumerevoli luoghi della cultura. Lo scrittore non crea partendo dal nulla. Scrive dentro un linguaggio che esisteva prima di lui, fatto di parole già pronunciate, storie già raccontate, forme, generi, immagini e idee che ha incontrato nel corso della propria vita.

Per questo Barthes sostituisce alla figura tradizionale dell’autore quella dello scriptor.

Lo scriptor nasce insieme al testo. Non possiede un significato originario che precede la scrittura e che poi deve semplicemente trasferire sulla pagina. Il suo potere consiste soprattutto nel combinare scritture già esistenti, facendole incontrare e scontrare tra loro.

Sessant’anni dopo è difficile leggere queste pagine senza pensare a un Large Language Model.

L’analogia va naturalmente trattata con cautela. Un LLM non possiede una biblioteca dalla quale copia e incolla pezzi di testo. Durante l’addestramento apprende regolarità presenti in enormi quantità di dati e genera sequenze sulla base di quei pattern. Nei modelli autoregressivi alla base di sistemi come GPT, il meccanismo di partenza consiste nella previsione di ciò che può venire dopo all’interno di una sequenza.

Eppure la somiglianza concettuale con lo scriptor di Barthes rimane.

Una macchina entra in contatto con una quantità enorme di linguaggi, idee, forme e strutture prodotte dalla cultura umana. Poi le combina per produrre qualcosa che prima, in quella precisa forma, non esisteva.

Che è poi molto vicino a una possibile definizione di creatività.

Possiamo considerarla come la capacità di unire punti quanto più distanti tra loro per generare qualcosa di nuovo. Da questo punto di vista l’Intelligenza Artificiale Generativa è estremamente efficace, proprio perché dispone di una quantità di punti da collegare che nessun essere umano potrebbe conoscere individualmente.

A questo punto la domanda è scontata: con l’IA l’autore è davvero morto?

Forse la risposta diventa più interessante se, invece di fermarci a Barthes, facciamo un passo avanti di due anni.

Nel febbraio del 1969 Michel Foucault tiene davanti alla Société française de philosophie la conferenza Qu’est-ce qu’un auteur?, poi pubblicata nello stesso anno. Foucault parte proprio dalla scomparsa dell’autore come origine assoluta del testo, ma sostiene che dichiararne semplicemente la morte non sia sufficiente. Bisogna capire quale spazio rimanga vuoto e quali funzioni continui a svolgere la figura dell’autore.

Qui introduce il concetto di funzione-autore.

Per Foucault, il nome di un autore fa molto più che indicarci chi materialmente ha scritto alcune parole. Permette di raggruppare testi, metterli in relazione, distinguerli da altri.

Il nome “Shakespeare”, per esempio, organizza un insieme di opere dentro una certa unità culturale. Scoprire che un testo attribuito a Shakespeare non fosse suo cambierebbe anche il modo in cui quel testo circola, viene interpretato e viene collegato agli altri.

La funzione-autore riguarda quindi il modo in cui alcuni discorsi esistono dentro una società, vengono classificati, attribuiti, valorizzati e fatti circolare. Foucault arriva persino a osservare che possiamo essere autori di qualcosa di più grande di un singolo testo. Marx e Freud, nei suoi esempi, hanno creato sistemi di pensiero capaci a loro volta di rendere possibili altri testi e altri autori.

Applicato all’Intelligenza Artificiale, questo sposta parecchio la questione.

Forse continuiamo a pensare all’autore soprattutto come alla persona che materialmente produce le parole. Scrive una frase. Poi la seconda. Sceglie un aggettivo. Cancella una pagina. Ricomincia.

Con l’IA questa parte del lavoro può essere delegata in misura crescente. Possiamo dare a una macchina appunti, documenti, ricerche, riferimenti e indicazioni sul tono, per poi chiederle di trasformare tutto in un testo leggibile.

A quel punto potremmo iniziare a vedere l’autore più come un curatore. Qualcuno che sceglie l’argomento, formula la domanda iniziale, seleziona i materiali, decide quali fonti meritano attenzione, crea connessioni, imposta criteri, scarta risultati mediocri, modifica ciò che non funziona e alla fine decide che il testo può essere pubblicato.

La macchina può diventare lo scriptor. L’essere umano rimane responsabile del progetto.

È una distinzione che esiste già in molti altri campi creativi. Un regista non aziona personalmente ogni telecamera, non costruisce le scenografie e spesso non scrive la sceneggiatura. Un architetto non posa i mattoni dell’edificio che ha progettato. Un direttore creativo può ideare una campagna senza realizzarne personalmente fotografie, illustrazioni e montaggio.

Continuiamo però ad attribuire loro una forma di autorialità perché riconosciamo il valore delle scelte che tengono insieme il risultato.

Nell’arte concettuale questo passaggio è ancora più evidente. Davanti alla One and Three Chairs di Joseph Kosuth possiamo domandarci chi abbia materialmente costruito la sedia o scattato la fotografia. Eppure il tema può essere saper pensare qualcosa più che saperla materialmente fare. L’opera visibile è soltanto una parte di un percorso più ampio.

Con l’IA potremmo trovarci sempre più spesso nella stessa situazione. La questione diventa però scivolosa quando la curatela scompare.

Se una persona sceglie il tema, individua le fonti, costruisce il ragionamento, mette in discussione le risposte della macchina, riscrive e si assume la responsabilità del risultato, la parola “autore” continua ad avere parecchio senso.

Se invece chiediamo a una macchina di scegliere l’argomento, fare la ricerca, decidere la tesi, costruire la struttura, scrivere il testo e revisionarlo, per poi limitarci a premere “pubblica”, la funzione che rimane all’essere umano diventa molto più difficile da definire.

Possesso dell’account? Committente? Editore? Distributore?

Forse l’Intelligenza Artificiale renderà definitivamente obsoleta l’equivalenza tra autore e persona che materialmente scrive ogni parola.

La nostra idea di autore potrebbe spostarsi verso chi dà una direzione al lavoro e si assume la responsabilità delle scelte che lo hanno prodotto.

Nel 1967 Barthes voleva liberarci dall’idea che il senso di un testo fosse nascosto nella testa di chi lo aveva scritto. Oggi l’IA ci porta davanti a una domanda diversa.

Quanto del processo creativo deve dipendere dalle nostre scelte perché abbia ancora senso chiamarci autori?

Probabilmente la risposta non si misura nel numero di parole che abbiamo digitato, ma piuttosto nelle decisioni che precedono e seguono quelle parole. L’idea, le fonti, i collegamenti, i criteri, le scelte, le rinunce e la responsabilità finale.

Più l’IA diventerà brava a scrivere, meno interessante potrebbe diventare sapere chi ha materialmente scritto un testo. E più interessante capire chi lo ha pensato.