Si chiama «prompt speak» e potrebbe essere definita come la tendenza a parlare anche con esseri umani come se stessimo parlando con un’IA.
Secondo un recente articolo del Wall Street Journal, sempre più persone, soprattutto tra chi utilizza quotidianamente ChatGPT o Claude, iniziano a comunicare con colleghi, amici e familiari come se stessero scrivendo un prompt.
In pratica, stiamo iniziando a imitare il modo in cui l’IA risponde.
Frasi costruite per contrapposizioni, approvazioni esagerate, elenchi di tre punti, linguaggio impeccabile e sempre più standardizzato.
Nell’articolo, un recruiter racconta di ritrovarsi a correggere email scritte personalmente perché sembrano troppo simili a quelle generate da un’IA.
In una startup americana hanno persino introdotto una sorta di gioco. Ogni volta che qualcuno usa un’espressione tipica dei chatbot riceve un punto. Chi ne accumula di più durante la settimana paga da bere agli altri.
A quanto pare aveva ragione Winston Churchill quando diceva che noi diamo forma ai nostri edifici e poi sono i nostri edifici a dare forma a noi.
Qualcosa di simile sta accadendo con l’Intelligenza Artificiale. Per anni abbiamo addestrato le macchine a parlare come noi, utilizzando miliardi di testi scritti da esseri umani, ma più interagiamo con loro, più il loro linguaggio influenza il nostro.
Inutile dire che questo potrebbe avere conseguenze anche sulla nostra creatività.
Perché il linguaggio influenza il modo in cui pensiamo, organizziamo le idee e interpretiamo la realtà. Nel momento in cui iniziamo tutti a parlare e scrivere con le stesse strutture, le stesse espressioni e gli stessi schemi, rischiamo di rendere sempre più omogeneo anche il nostro pensiero.
Se è vero quindi che gli strumenti che costruiamo finiscono inevitabilmente per costruire anche noi, sarebbe piuttosto ironico se, dopo aver dedicato anni a rendere le macchine sempre più simili agli esseri umani, finissimo per rendere gli esseri umani sempre più simili alle macchine.