Cosa perdiamo quando smettiamo di perderci?

Per anni abbiamo considerato la perdita di alcune competenze come un prezzo quasi necessario del progresso tecnologico.

Non ricordiamo più i numeri di telefono perché li ricorda lo smartphone. Facciamo meno calcoli a mente perché abbiamo la calcolatrice. E ormai possiamo attraversare una città senza sapere dove siamo, perché Google Maps ci dice continuamente dove girare.

Il vantaggio è evidente. Quello che perdiamo potrebbe esserlo meno.

Uno studio pubblicato sul British Medical Journal ha analizzato quasi 9 milioni di certificati di morte negli Stati Uniti e 443 professioni. Dopo aver corretto i dati per età, sesso, etnia e livello di istruzione, tassisti e conducenti di ambulanze avevano le percentuali più basse di morti attribuite all’Alzheimer, rispettivamente 1,03% e 0,91%, contro l’1,69% della popolazione generale. Lo stesso effetto non compariva in altri lavori di guida basati maggiormente su percorsi prestabiliti.

Questa ovviamente non è una formula meccanica e affidabile per ogni caso. Gli autori stessi parlano di un’associazione e di una “possibile” spiegazione. Però la spiegazione è interessante.

Tassisti e autisti di ambulanze devono continuamente capire dove si trovano, immaginare percorsi alternativi, ricordare strade e aggiornare una mappa mentale mentre si muovono. Tutte attività che coinvolgono l’ippocampo, una regione del cervello legata alla memoria e alla navigazione spaziale e coinvolta precocemente nella malattia di Alzheimer.

Già nel 2000, una famosa ricerca sui tassisti londinesi aveva trovato differenze strutturali nell’ippocampo rispetto al gruppo di controllo. Il volume di materia grigia nella parte posteriore dell’ippocampo era associato anche agli anni trascorsi imparando e praticando la navigazione di Londra.

Questo rende più interessante una domanda che riguarda Google Maps, ma presto riguarderà anche l’Intelligenza Artificiale.

Quando deleghiamo una competenza a una macchina, smettiamo progressivamente di esercitarla. Il senso dell’orientamento è uno degli esempi più evidenti. Poi ci sono la memoria, il calcolo, la scrittura e, con l’IA, una quantità crescente di attività cognitive.

Finora abbiamo ragionato soprattutto in termini di utilità. Perché memorizzare una strada se Google Maps può portarci a destinazione meglio di noi?

La ricerca sui tassisti suggerisce che potrebbe mancare un pezzo del ragionamento. Una competenza può essere utile anche per l’attività cerebrale necessaria a esercitarla.

Quando una tecnologia ci evita uno sforzo cognitivo, ci fa risparmiare tempo e fatica. Potrebbe però toglierci anche un’occasione di allenamento.

Questo non significa spegnere Google Maps sperando di prevenire l’Alzheimer. Le ricerche disponibili non permettono una conclusione del genere. Significa forse iniziare a considerare le competenze umane anche come esercizi.

Un po’ come è successo con il corpo dopo la Rivoluzione Industriale. Le macchine ci hanno liberato da una grande quantità di fatica fisica e abbiamo dovuto inventarci palestre, corsa e allenamenti per rimetterla volontariamente nelle nostre vite.

Con l’IA potremmo dover fare qualcosa di simile con il cervello. Delegare ciò che conviene delegare. E continuare volontariamente a fare un po’ di fatica.