IA, deepfake e bolle: i rischi della personalizzazione

Oggi non abbiamo più una tecnologia che si limita a selezionare del contenuto per noi, abbiamo una tecnologia, l’IA, che crea contenuto per noi. Una tecnologia potentissima capace, se non usata e allenata in modo corretto, di spacciare il verosimile per vero. E quindi generare contenuti che appaiono assolutamente veri, anche quando sono assolutamente falsi. Attraverso tecnologie di deep fake sempre più accessibili e alla portata di chiunque, è infatti possibile clonare voci, volti, movimenti ed espressioni di qualsiasi persona per farle dire o fare qualsiasi cosa, facendoci vivere sempre più in un mondo dove non potremo mai essere sicuri che quello che vediamo online o in televisione sia reale. Uno degli aspetti più interessanti e al contempo più inquietanti dell’IA è infatti l’ultra-personalizzazione, ovvero la possibilità di creare contenuti personalizzati su scala globale dando a chiunque contenuti unici creati apposta per lui o per lei.

Potenzialmente potremo crearci delle bolle all’interno delle quali tutto quello che vedremo o con cui interagiremo sarà fatto apposta per noi. Se vorremo vivere in un mondo dove i rinoceronti hanno tre corni, avremo una macchina che ogni giorno ci mostrerà rinoceronti con tre corni, fino a quando non ci convinceremo che effettivamente i rinoceronti hanno tre corni e chiunque non la pensi come noi è nel torto. Questo è il mondo in cui, se vogliamo, potremo scegliere di vivere. Da cui l’importanza di far esplodere queste bolle prima di essere inghiotti in una realtà che non è reale. Tutto questo riguarda chiunque utilizzi la tecnologia, ma in particolare riguarda le nuove generazioni, verso le quali non possiamo permetterci di ripetere l’errore fatto con i social media: un’adozione di massa senza una formazione di massa. Non possiamo dare in mano a miliardi di adolescenti, o peggio ancora bambini, uno strumento così potente come l’IA, senza prima averli formati sui rischi e sui limiti di questa tecnologia. È fondamentale che le nuove generazioni comprendano l’importanza di sviluppare un senso critico verso le macchine, e si abituino alla fatica di confrontarsi con chi la pensa diversamente da noi, cercando e coltivando relazioni fisiche e reali, imparando a distinguere la realtà dalla finzione e a gestire la frustrazione, l’ansia e lo stress derivante da un confronto costante con un mondo sempre più idealizzato e artefatto. Senza questi “anticorpi” rischiamo di crescere una generazione che considera normale vivere in una realtà su misura, dove ogni informazione, ogni notizia, ogni contenuto è calibrato sui propri desideri e pregiudizi.

Ogni volta che scorriamo il feed di un social media, vediamo video, testi, e immagini selezionati per noi da un’IA. Non da noi stessi o da un umano. Ma da una macchina che sceglie cosa farci vedere e quando farcelo vedere. Questo contenuto diventa poi le lenti attraverso cui osserviamo il mondo. Influenza le nostre idee, i nostri pensieri e la nostra visione del mondo. Sta a noi decidere da chi, o meglio da cosa, lasciarci influenzare.

La sfida dunque non sta tanto nel riconoscere quando siamo dentro una bolla, quanto nel trovare la motivazione per uscirne. Perché dovremmo voler abbandonare un mondo che ci dà sempre ragione, che ci mostra solo ciò che vogliamo vedere, che ci fa sentire sempre intelligenti e nel giusto? È qui che entra in gioco la necessità di desiderare deliberatamente il disagio intellettuale. Cercare attivamente contenuti che mettano in discussione le nostre certezze, seguire persone che la pensano diversamente da noi, leggere fonti che ci contraddicono. Questo richiede uno sforzo conscio e costante, perché va contro il nostro istinto naturale di conferma e contro la logica stessa degli algoritmi che ci circondano. Dobbiamo allenarci a riconoscere i segnali di quando stiamo scivolando verso l’estrema personalizzazione: quando tutto quello che leggiamo conferma le nostre opinioni, quando non incontriamo mai punti di vista diversi, quando iniziamo a pensare che chiunque non la pensi come noi abbia torto o sia disinformato. È in quei momenti che dobbiamo fare l’esatto opposto di quello che la tecnologia ci suggerisce: cercare il dissenso, abbracciare la complessità, accettare che la realtà sia più sfumata di quanto vorremmo credere.

Non possiamo permetterci di ripetere l’errore fatto con i social media: un’adozione di massa senza una formazione di massa. Non possiamo dare in mano a miliardi di adolescenti, o peggio ancora bambini, uno strumento così potente come l’IA, senza prima averli formati sui rischi e sui limiti di questa tecnologia.