Sam Altman ha recentemente condiviso su X quello che ha definito un «cool use case» di ChatGPT Work.
L’idea è collegare l’Intelligenza Artificiale ai calendari familiari e agli interessi dei figli, così da generare ogni mattina un podcast personalizzato da ascoltare in macchina andando a scuola. Il podcast potrebbe ricordare la partita di calcio di un figlio, il compleanno dell’altro, raccontare qualche notizia e preparare tutti agli impegni della giornata. Una specie di briefing familiare quotidiano creato da ChatGPT.
La proposta di Sam Altman ha ricevuto parecchie critiche e una delle risposte più condivise è arrivata da Alex Hirsch, creatore di Gravity Falls, che ha posto una domanda molto semplice:
“Perché durante il tragitto verso scuola non parlare direttamente con i propri figli?”
La battuta di Hirsch mette a fuoco un confine che dovremo imparare a definire sempre meglio. L’Intelligenza Artificiale può essere molto utile nella gestione di una famiglia. Può ricordarci un compleanno, mettere ordine tra allenamenti, riunioni, visite mediche e feste di classe, costruire la lista della spesa o avvisarci che domani nostro figlio deve portare a scuola una scatola di scarpe.
E questo è utile. Il problema arriva quando dalla gestione degli impegni passiamo alla gestione delle relazioni. Un tragitto di venti minuti verso scuola può sembrare tempo inutilizzato. In realtà spesso è proprio lì che succedono le cose interessanti. Un figlio racconta qualcosa che il giorno prima aveva dimenticato di dirci. Fa una domanda strana. Si lamenta di un compagno. Rimane in silenzio. Oppure non succede assolutamente niente. E va bene così.
Abbiamo sviluppato una specie di ossessione per l’ottimizzazione del tempo. Ogni momento deve produrre qualcosa, insegnarci qualcosa, informarci, intrattenerci. Anche venti minuti in macchina rischiano così di diventare uno spazio da riempire con un contenuto personalizzato generato da un algoritmo. Forse però alcune parti della nostra vita hanno valore proprio perché sono inefficienti.
Con i bambini il tema diventa ancora più delicato.
Una delle cose che considero importanti nell’educazione tecnologica è insegnare ai bambini a riconoscere una macchina per quello che è. Oggi questa distinzione è molto più difficile rispetto a qualche anno fa, perché le macchine parlano, rispondono, scherzano e simulano sempre meglio il linguaggio umano.
Per un adulto è relativamente semplice ricordarsi che dietro la voce di ChatGPT non c’è qualcuno che ci conosce, ci vuole bene o prova interesse per quello che stiamo dicendo. Per un bambino che cresce interagendo ogni giorno con queste tecnologie potrebbe esserlo molto meno.
Ed è questo l’aspetto che mi preoccupa di più. Se fin da piccoli ci abituiamo a interlocutori sempre disponibili, sempre pazienti, costruiti intorno ai nostri interessi e capaci di adattarsi continuamente a noi, come percepiremo un giorno le relazioni con persone vere?
Le persone si distraggono. Non sempre hanno voglia di ascoltarci. A volte ci fraintendono. Hanno interessi diversi dai nostri. Ci contraddicono, si annoiano, cambiano discorso.
Ed è anche attraverso tutta questa imperfezione che impariamo a stare con gli altri. Una relazione umana richiede reciprocità. Dobbiamo adattarci anche noi alla persona che abbiamo davanti. Con una macchina, almeno per ora, accade soprattutto il contrario. È lei che viene progettata per adattarsi a noi.
Il rischio quindi va oltre il podcast di Sam Altman. Riguarda l’abitudine che stiamo costruendo. Possiamo usare l’Intelligenza Artificiale per liberarci da una parte del carico organizzativo della vita familiare e recuperare tempo.
Poi resta da decidere cosa fare di quel tempo. Possiamo riempirlo con altra tecnologia. Oppure lasciarlo vuoto abbastanza a lungo perché nostro figlio, magari dopo dieci minuti di silenzio, ci racconti finalmente cosa gli è successo ieri a scuola.