
In un ospedale, nel reparto maternità, mi sono imbattuto in un cartello che invitava le neo-mamme a dare più attenzione al figlio e meno al cellulare.
In un’università, vicino a una grande scalinata, ne ho trovato un altro che consigliava agli studenti di non guardare lo smartphone mentre scendevano le scale.
La nostra dipendenza dallo smartphone è arrivata al punto che esiste persino un neologismo, «Smombie», nato dall’unione di «smartphone» e «zombie», per descrivere chi cammina per strada senza alzare lo sguardo dallo schermo, rischiando di inciampare, scontrarsi con qualcuno o attraversare senza guardare.
Lo smartphone riesce ad assorbire la nostra attenzione al punto da farci perdere il contatto con quello che abbiamo intorno. Possiamo essere accanto a nostro figlio senza guardarlo. Possiamo attraversare una strada senza accorgerci delle macchine. Possiamo trovarci in un luogo e, mentalmente, essere altrove.
Siamo presenti fisicamente e assenti con l’attenzione.
E per cosa poi? A cosa stiamo scegliendo di dedicarla, tutta questa attenzione?
Nella maggior parte dei casi non stiamo leggendo un libro, imparando qualcosa, facendo ricerca o risolvendo un problema. Stiamo scorrendo un feed. Guardando cosa fanno gli altri. Passando da un video al successivo, spesso senza ricordarci nemmeno cosa abbiamo visto cinque minuti prima.
L’attenzione sta diventando una risorsa sempre più rara, mentre intorno a noi cresce un’intera economia costruita per catturarla e trattenerla il più a lungo possibile.
Abbiamo costruito una tecnologia così capace di attirare la nostra attenzione che oggi dobbiamo mettere avvisi negli ospedali per ricordarci di guardare un neonato e sulle scale per ricordarci di guardare dove mettiamo i piedi.
Più che strumenti di comunicazione, a volte i nostri smartphone sembrano diventati delle vere e proprie armi di distrazione di massa.