A Singapore stanno provando a fare entrambe le cose contemporaneamente. Pagare i cittadini per leggere al posto di scrollare i Social.
Con il nuovo programma ReadSG basta leggere per almeno 15 minuti al giorno e registrare la sessione sulla piattaforma governativa CrowdTaskSG per ricevere 20 monete virtuali.
Ogni giorno conta una sola sessione. Raggiunte 1.000 monete, il valore accumulato equivale a 1 dollaro di Singapore, circa 80 centesimi di dollaro americano, utilizzabile presso gli esercenti aderenti.
Servono quindi 50 giorni di lettura per guadagnare il primo dollaro. Qui la notizia raccontata da Digital Trends. Il programma è promosso dalla National Library Board di Singapore e parte proprio dall’obiettivo di trasformare 15 minuti di lettura quotidiana in un’abitudine.
Economicamente l’incentivo è quasi irrilevante. Ma non è questo il punto.
Più che uno stipendio per leggere, funziona come una streak di Duolingo, un badge o una ricompensa dentro un videogioco.
Singapore sta usando alcune delle logiche con cui le app conquistano la nostra attenzione per provare a riportarla sui libri.
È un tentativo. Nessuno può sapere con certezza se funzionerà o meno. Però è l’ennesima riprova di come sempre più governi stiano iniziando a trattare smartphone e Social Media come una questione collettiva su cui intervenire.
C’è chi sceglie il bastone. In Australia sono già in vigore restrizioni per gli account Social degli under 16. La Spagna sta lavorando a una soglia analoga e la Francia ha avviato misure per limitare Social Media e smartphone tra i più giovani.
Con risultati per ora non sempre incoraggianti. In Australia, per esempio, una recente sintesi del Parlamento segnala che molti minori continuano ad accedere ai Social e che i primi studi trovano poche evidenze di una riduzione immediata e sostanziale nell’uso.
Singapore prova invece con la carota.
Il fenomeno ricorda, con tutte le differenze del caso, ciò che è successo con il fumo o con il piombo nella benzina. Prima diffondiamo su larga scala un prodotto o una tecnologia. Poi, spesso molti anni dopo, iniziamo a comprenderne meglio gli effetti indesiderati. Infine costruiamo regole, divieti, campagne educative e incentivi per correggere comportamenti che nel frattempo sono diventati abitudini.
Con smartphone e Social Media stiamo entrando sempre più chiaramente nella terza fase.
Forse la domanda riguarda anche il processo con cui introduciamo le nuove tecnologie nella società. Prima le distribuiamo a miliardi di persone e poi studiamo cosa ci fanno. La prossima volta però potremmo provare a invertire l’ordine. Magari non serviranno più divieti o incentivi.